Chi ha avuto modo di vedere Clara Haskil negli anni
’50 ricorderà
certo una figura spettrale segnata dalla sofferenza, dalla fragilità,
invecchiata precocemente, che si accostava alla tastiera con
esitazione, come se provenisse da un altro mondo. La vita di Clara
Haskil è un singolare racconto di sofferenze, la storia di una
carriera ripetutamente interrotta per una salute assai instabile.
Clara Haskil nasce nel 1895 enfant prodige da una famiglia di
ebrei rumeni e inizia a esibirsi in pubblico a cinque anni. Alla
morte prematura del padre viene affidata a uno zio che prima la
conduce a Vienna, quindi a Parigi. Qui la piccola Clara studia con
Lazare Lévy e, senza particolare entusiasmo, con Alfred
Cortot. Si esibisce spesso nel duplice ruolo di pianista e
violinista, riscuotendo l’ammirazione di musicisti come Fauré,
Busoni e Paderewski. Intorno ai vent’anni si manifestano i
primi segni di una grave deformazione alla spina dorsale. Più
tardi subisce un delicato intervento per un tumore al cervello. Nel
1942 si rifugia in Svizzera per sfuggire alle persecuzioni naziste e
ne diviene cittadina. Solo verso la fine degli anni ’40
comincia a registrare regolarmente per grandi compagnie
discografiche. Per questa ragione il disco documenta solo l’ultima
fase della sua carriera, quando il suo stato di salute era ormai al
limite. Non ostante questo per tutti gli anni ’50 la Haskil
percorre instancabilmente l’Europa, sempre più acclamata
dal pubblico che la venera quasi come una martire. Nel 1960 muore per
una banale caduta dalle scale della stazione di Bruxelles. Se Clara
Haskil è universalmente considerata per le sue interpretazioni
mozartiane, che si pongono nel segno di una purezza di suono e di una
modernità di concezione ancor oggi insuperate, tuttavia il suo
repertorio spazia da Scarlatti a Beethoven, Schumann, Brahms fino
agli autori del Novecento. E proprio la sua registrazione di undici
Sonate di Domenico Scarlatti realizzata nel 1950 resta un punto di
riferimento assoluto per l’approfondimento della scrittura del
compositore napoletano e anticipa in modo quasi pionieristico le
scelte più moderne che affidano al pianoforte, anziché
al clavicembalo, il compito di decifrare il complesso universo che
queste Sonate rappresentano. La Sonata in si bemolle di Franz
Schubert ricorre con assidua frequenza nei programmi concertistici
della Haskil negli anni ’50. Circostanza significativa in un
momento storico in cui il corpus delle Sonate schubertiane non
era ancora entrato a far parte dei repertori pianistici correnti ed
era quindi poco familiare al grande pubblico. Una lettura, questa
della Haskil, ancora una volta nel segno di una estrema modernità
per l’attenzione riservata al fraseggio e alla cantabilità,
che si uniscono a una estrema morbidezza dei piano sonori. Anche
Schumann fa parte in pieno del mondo espressivo della pianista
rumena: infatti la sua interpretazione delle Kinderszenen è
forse la sua registrazione più famosa e apprezzata per il
senso di estrema poesia che vi si ritrova. Caratteristica comune al
Concerto per pianoforte, di cui la Haskil mostra una visione
di estremo equilibrio fra virtuosismo e liricità.
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